Il D’Antoni Derby
Pubblicato il Maggio 12, 2008 di mynba
Ribaltone: il D’Antoni Derby se lo aggiudica New York. Conseguenze immediate: estasi nella Grande Mela, lutto cittadino a Chicago, dove si pensava di avere già in mano il coach ex Benetton. Si chiude così una specie di spy-story che in dieci giorni ha arroventato il triangolo che unisce l’Arizona, la Città Ventosa e NYC. Vale la pena di ripercorrerne le tappe. In sintesi:
- I Phoenix Suns allenati da Mike D’Antoni escono al primo turno dei playoff per mano dei rivali di sempre, i San Antonio Spurs.
- I soliti beninformati fanno trapelare ad arte la notizia che tra il coach col baffo e la dirigenza è l’ora dei lunghi coltelli. Inciso: “la dirigenza” risponde al nome di Steve Kerr, reo di aver infilato un masso (Shaq O’Neal) nell’oliato meccanismo di gioco dei Suns.
- Immediate le indiscrezioni che danno Mike accasato altrove. Chicago in pole position solitaria.
- Dice Kerr: “Mike è ancora il nostro allenatore, ma ci ha chiesto il permesso di parlare con altre squadre e glielo abbiamo dato”. E’ il via libera: quando una Franchigia Nba vuole trattenere un dipendente sotto contratto lo fa, punto e basta.
- La palla è in mano ai Bulls, che nel frattempo salutano Rick Carlislie. Logico: John Paxson, il gm dei Tori, ci ha parlato giorni addietro e non ha mostrato eccessivo entusiasmo, quindi il buon Rick ha preso atto e si prepara a dire sì a Dallas. New York si iscrive al derby, ma si pensa a una mossa da parte degli agenti del coach per far lievitare l’ingaggio mediante un’asta.
- Al solito, però, la dirigenza Bulls temporeggia. Da un lato i dubbi sulle carenze difensive di D’Antoni, dall’altro quelli sui soldi da dargli, visto che ne chiede tanti e che tanti il Club li deve ancora a Scott Skiles.
- Chicago così si fa prima raggiungere e poi superare da New York, che getta sul piatto più dollari, più fascino e soprattutto più convinzione.
- La dirigenza dell’Illinois tutto d’un tratto si muove e cerca di fare in 24 ore ciò che non ha fatto per una settimana: “contatti avanzati” con il Baffo e il suo agente, faccia a faccia tra il coach e il proprietario dei Bulls Jerry Reinsdorf.
- Il guizzo vincente? No, il canto del cigno. Anzi, del Toro, infilzato dall’arcirivale nuiorchese.
- Commenti a Chicago: D’Antoni ha scelto i Knicks senza nemmeno ascoltare la nostra offerta.
- Commento nel resto del Mondo: i Knicks hanno vinto il Derby non solo per i soldi, ma perché ci hanno messo più passione e più tempismo. D’Antoni ha sentito più interesse da parte loro. Eppure i Bulls avrebbero potuto spuntarla comunque, se non avessero perso tempo.
- Promossi e bocciati. Nella prima categoria di certo Donnie Walsh, il nuovo presidente dei Knicks. Ha puntato sull’unico cavallo che potrebbe riportare entusiasmo al Madison, anche se il roster, per ora, è lontano dalle esigenze del Baffo. Diciamo che Zach Randolph e Eddy Curry non sono i suoi giocatori ideali. Eufemismo.
- Bocciati Paxson, Reinsdorf e la loro strategia da “guerra di logoramento”, distrutta dalla “guerra lampo” di NY. La reputazione del primo è in caduta libera. E’ anche normale, visto che mentre continua con lentezza esasperante a intervistare i suoi obiettivi per la panchina le altre squadre glieli soffiano sotto il naso. E’ la stessa mancanza di decisione che gli è costata Garnett, Gasol e Kobe. Oltre a un pizzico di arroganza: perché uno come Carlislie (con cui in realtà non c’è stato grande feeling) dovrebbe aspettarti mentre continui le consultazioni? E D’Antoni, che qualcosina in Nba l’avrebbe anche dimostrata, perché dovrebbe scegliere te che gli dici “ok, mi piaci, ma vorrei che le tue squadre non attaccassero soltanto, ti va di avere accanto un bel tutor per la difesa?”. Gli altri gli dicono “Mi piaci e basta, voglio te”, hanno più soldi, più fascino ed è normale che vincano loro. Lo stesso Reinsdorf ne esce male: ormai ha la nomea di tirchio, che in questa Lega è come il marchio dell’infamia. Eppoi, di grazia, se è vero che ha casa a Phoenix a due passi da quella del Baffo: allora che vada a parlarci subito…
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