Rispetto per Jason
Di solito quando deve piovere alla fine grandina. Ne sa qualcosa Jason Kidd. Nel corso dall’ennesima campagna stagionale a base di triple doppie (13 in stagione, record personale, e 100 in carriera) mr. Kidd si è ritrovato catapultato a Dallas nel più classico degli stravolgimenti di roster di metà stagione, che in Texas da quando c’è Cuban sono un classico. E lì, all’improvviso, il patatrac. Tutto comincia a correre veloce e ad andare sempre più a sud. Kidd non si integra e Dallas ne perde alcune di troppo. Facciamo pure diverse di troppo. Ai playoff arriva la banda Paul, il vero Mvp della stagione, che lo suona come un tamburino. Insomma: due mesi fa pareva ancora uno dei migliori nel ruolo, oggi sembra talmente avanti lungo il Sunset Boulevard da essere sotto lo striscione dell’ultimo chilometro. In più è arrivata la beffa: il titolo di allenatore dell’anno a Byron Scott, oggi coach di New Orleans (ma è possibile che l’unico Hornet primo in una categoria non sia Chris Paul?) ma fino a pochi anni fa sulla panchina dei New Jersey Nets. Incarnazione durante la quale le relazioni col suo play (di nome faceva Jason…) somigliavano a quelle tra Russia e Cecenia. Ulteriore smacco per uno dei migliori playmaker nella storia di questo gioco. E allora, in segno di rispetto per questo artista del parquet, torniamo alle radici del mito, agli anni del college a California at Berkeley. Perché Cesare può anche cadere, e prima o poi cadono tutti, ma che nessuno si permetta di andare a ballare sulla sua tomba.
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